Adriano Olivetti: un uomo utopico il cui sogno è diventato realtà. La caratteristica fondamentale dell’uomo Olivetti era un profondo rispetto per le idee. Laureato al politecnico di Torino come ingegnere chimico, non gli bastava parlare di riforme ma le studiava sia da un punto di vista della coerenza e fattibilità giuridica nonché dal punto di vista delle conseguenze pratiche che delle ricadute impreviste. Adriano Olivetti incarnava tante cose. Era un uomo dalla personalità forte e complessa, un uomo che sapeva far coesistere esperienza pratica, spirito innovatore, rigore scientifico, esigenza estetica e genialità imprenditoriale, Tutto ciò unito ad un profondo e radicato senso di missione sociale.

Nacque ad Ivrea l’11aprile di 125 anni fa, a distanza di tempo l’impianto teorico e pratico da lui strutturato offre chiavi di lettura utili per analizzare le attuali dinamiche del mondo del lavoro, in particolar modo di fronte alle sfide introdotte dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dalla progressiva automazione dei processi produttivi.

Adriano Olivetti si trasferì in America dal 1925 al 1929, dove imparò metodologie di lavoro che applicò tornato in Italia e che gli permisero di far superare all’azienda del padre, la crisi senza troppe difficoltà. Nel 1933 viene nominato direttore generale e fu allora che, oltre a cambiamenti tecnico – organizzativi, introdusse la comunità circostante nella realtà aziendale “ nell’intento di raggiungere quell’equilibrio armonico fra città e campagna, fra industria e comunità “che resterà il principio ispiratore delle sue mediazioni e dei suoi esperimenti sociali. Adriano Olivetti diventa il simbolo di una ricerca dell’economicità e produttività che è a favore e non a discapito della comunità.

La sua politica era quella di non licenziare mai nessuno, ricercando il profitto nell’aumento del valore generale della produzione e delle vendite. Il suo intento non era comandare ma comprendere sciogliendo il dilemma tra bisogno di libertà individuale e esigenze di giustizia collettiva. Sosteneva che rendere partecipe, consapevole e autonoma la classe operaia, era la vera arma per un’economicità senza precedenti. La sua filosofia sociale si basava sull’intento di conciliare l’uomo e le sue macchine.
Conosceva perfettamente la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti ad una macchina e voleva, con la sua opera, togliere l’uomo da quella degradante schiavitù, considerando ogni lavoratore in quanto uomo, con la sua specifica individualità, se reso cosciente e consapevole della sua preziosità. Ma il cammino era tremendamente lungo e difficile, immaginando poi, il periodo storico in cui è vissuto Olivetti, il nostro paese non era pronto a tale innovazione e rivoluzione, una vera utopia in cui ha creduto facendola diventare realtà. Olivetti non era solo il “buon padrone” come lo chiamavano i suoi operai, ma era un operatore sociale ossia un uomo politico che nell’organizzazione aziendale aveva trovato il primo campo su cui sperimentare un pensiero complesso. Coerente in ogni sua parte a tal punto da abbracciare organicamente il piano della comunità territoriale con i suoi problemi sia amministrativi, che urbani, che demografici nonché di convivenza democratica.

Egli era un uomo di cultura che riteneva indispensabile e moralmente necessario mettere alla prova, nella pratica quotidiana, le sue idee. Era un uomo di cultura che non poteva limitarsi a tenere discorsi o a scrivere libri, ma si adoperò per la collettività, con il suo agire da riformatore autentico, per temperamento e per intima convinzione intellettuale e morale. Egli aveva capito che non bastava volere e lottare per le riforme, ma era soprattutto necessario conoscerle ed applicarle correttamente.
Rifiutava l’immobilismo della classe dirigente dell’epoca, e l’ideologia secondo cui la storia si incaricherebbe di risolvere automaticamente i problemi del futuro assetto sociale.
Nei suoi libri egli colloca la comunità territoriale come un ideale flessibile nel tempo, attraverso un miglioramento integrale delle condizioni umane di vita nei campi, nelle fabbriche e nelle amministrazioni pubbliche. La pianificazione deve essere democratica e flessibile, nel senso che non viene imposta dall’alto, ma si sviluppa sulla base di regolari giudizi della comunità e con la partecipazione delle popolazioni locali che da beneficiare passive ne diventano protagoniste.

Il servizio sociale viene per lui inteso non come carità, ma come diritto acquisito e autonomo, a tutti i livelli della vita, associativa e comunitaria, dalla cultura, alla religione, alla politica. Tutto ciò fa di Adriano Olivetti non solo un grande uomo d’industria ma soprattutto un animatore delle comunità dove viveva, “aveva un cuore antico in una mente moderna”. In lui tutto era coordinato e compresente , ogni cosa, dalla politica all’urbanistica, dal servizio sociale all’economia, dall’organizzazione industriale alla cultura, dal lavoro al tempo libero, dall’integrazione sociale al senso di comunità nazionale, ogni cosa si integrava e ne veniva precisata ed irrobustita, così che i singoli interventi insieme venivano cumulati in una sintesi organica e produttiva. Olivetti era l’uomo che scelse i suoi migliori collaboratori quasi per caso, tra la gente comune, perché dava fiducia alla gente e a ciò che gli dicevano.

Oggi, visto che l’intelligenza artificiale ridisegna Il rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, dovremmo rileggere tutti Olivetti perché abbiamo bisogno di confrontarci con i suoi attualissimi avvertimenti.
Nella Città dell’uomo scrisse: “Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesauribile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine”. Non sono forse parole che hanno un valore immenso anche oggi? Olivetti non era un nemico della tecnica, anzi fu tra i primi ad investire nell’elettronica, egli esigeva, però, che la tecnica restasse al servizio di quelle che lui chiamava “autentiche forze spirituali”: l’amore, la verità, la giustizia, la bellezza; questi, secondo lui sono i criteri con cui disegnare una fabbrica, retribuire un operaio, pensare una città, attualizzare il progresso.

A 125 anni dalla nascita è proprio questa incertezza a rendere la lezione di Ivrea così attuale.